Facce di cuoio per la Kuffner

Già un paio di volte Claudio mi ha chiesto il motivo del prolungato silenzio del mio blog. La risposta è sempre stata la stessa: manca la vera ispirazione per scrivere; manca quella salita che ti fa sputare l’anima per dartene una completamente nuova, più ricca e più consapevole.

Grazie proprio a Claudio, assieme a Mirco, quella scossa che tanto mancava è finalmente arrivata. Il tutto è iniziato conoscendo questi due individui con tanta voglia di fare e tante idee “malsane”, di quelle che piacciono a me, per la testa. A questo si deve aggiungere un weekend di alta pressione, una luna piena da paura e un’irrefrenabile passione per il Monte Bianco.

Con questa ricetta io e Mirco siamo partiti in direzione Valle d’Aosta dove, dopo una falesiata mattutina in quel di Leverogne, abbiamo recuperato un Claudio carico e in forma smagliante, pronto a lasciare gli impegni universitari per concentrarsi appieno su questa avventura. Come al solito il tragitto in auto è volato fra congetture e pianificazione di tutto ciò che si doveva fare prima di prendere la funivia che da Chamonix porta ai 3842m dell’Aiguille du Midi. Una volta arrivati lì in cima uno dei panorami più belli e sconfinati delle Alpi ci si è aperto davanti agli occhi e ci ha infervorato ulteriormente. Eravamo carichi e pronti ad erogare tutto il possibile per questa nostra due giorni. I contrasti fra il biancore candido della neve e il granito rosso fuoco delle numerose guglie non fanno altro che chiamarti appena varchi il cancello della stazione della funivia ed ecco allora che si parte!

 

 

Lungo la cresta ti viene quasi voglia di correre per poter raggiungere quanto prima il Col du Midi e il Ghiacciaio del Gigante. Hai voglia di immergerti il prima possibile in quel mare di neve e roccia anche solo per capire che genere di emozioni esso possa evocare.   Ecco allora che spediti scendiamo la cresta dell’Aiguille, infiliamo gli sci e ci lasciamo immergere in questa fantastica bellezza. Riusciamo a sciare fin quasi sotto la Pyramide du Tacul da dove iniziamo a risalire verso il Cirque Maudit continuando a lanciare occhiate in giro, dalla Tour Ronde al Grand Capucin, sognando di ripetere una quantità di vie che neanche in cento vite si riuscirebbero a fare.

 

Dal Cirque ci alziamo verso il Col de la Fourche, seguendo le tracce di chi ci ha preceduto e, una volta raggiunto l’omonimo bivacco, vi ritrovo i carissimi amici di Mestre (Enrico,  i due Nicola, Federico e Fabrizio); Mentre noi rimarremo sulla cresta del bivacco loro, l’indomani, scenderanno sul ghiacciaio della Brenva per risalire lo Sperone attraverso il couloir Gussfeldt. Riusciremo a vederli lungo tutta la loro via di salita.
Dopo aver mangiato salame e formaggio ci adattiamo a dormire come meglio riusciamo in un bivacco strapieno di gente, dove ognuno ha le sue idee e i suoi progetti: dalla Kuffner alla Brenva fino alla cresta del Peuterey. Dormire però è una parola grossa, al massimo chiudiamo gli occhi per qualche decina di minuti fino allo scoccare della mezzanotte quando la sveglia suona.

Usciamo fuori e veniamo inghiottiti da una magia unica ed inimitabile. Un gioco di luce ed ombra che rende viva la montagna grazie ad una luna piena e sfavillante. E’ una vitalità palpabile, di quelle che ti fanno capire di essere nel posto giusto al momento giusto; di quelle che non ti fanno mai sentire solo.

Le frontali sono quasi inutili da quanto forte è il riflesso della luna sulla neve: è così che la cresta Kuffner ci dà il suo benvenuto.

La prima parte si presenta come una lunga traversata sul filo di cresta, con bei tratti su neve e roccia che rapidamente conducono alla parte più verticale, dove la varietà di passaggi riesce a stupire movimento dopo movimento.

 

E’ quasi l’alba quando ad un certo punto, prima della cresta che conduce all’Androsace, sbagliamo salendo troppo a destra. E’ qui che Mirco dà il meglio di se con una bella variante di misto che, con due tiri, ci riconduce sulla retta via contraddistinta dall’affilata crestina che porta alla parte alta della salita.

 

Aggiriamo l’Androsace, risaliamo il canalino alla sua sinistra e, dopo una breve doppia, ci dirigiamo verso la spalla del Maudit. Il caldo si fa sentire e anche la neve comincia a risentirne. Riusciamo comunque a sbucare fuori da questa fantastica cresta prima che le condizioni diventino proibitive visto lo zero termico decisamente elevato. Un viaggio spettacolare che stupisce dal primo all’ultimo istante. Una creazione perfetta che ci ha portato oltre i quattromila metri e che ci ha fatto gioire di ogni singola pena che ci a procurato: dal fiatone (chi più, chi meno…Io parecchio), agli sci incastrati, tutto ha contribuito a creare questa fantastica salita.

 

Scendiamo poi al Col Maudit e ci prepariamo a risalire verso la spalla del Tacul. Qui il Bianco ci dimostra come esso abbia sempre qualcosa in serbo per i suoi visitatori: ecco che la discesa al Col du Midi ci fa sciare su pendii fantastici, con punti ancora vergini dove lasciare la propria traccia; ci fa saltare crepacci e ci fa fare lo slalom fra seracchi giganteschi e maestosi. Facciamo tutto questo gioendo per ogni piccola cosa che vediamo, nonostante la fatica si faccia sentire parecchio dopo questa giornata intensa.

Tiriamo uno sprint da brivido sull’ultimo pendio per poter guadagnare più metri possibili sul colle, prima della risalita finale.

Saliamo più in fretta che possiamo lungo l’affilata cresta del Midi e, una volta arrivati alla stazione ci mettiamo a ridere per il nostro aspetto stravolto e i nostri volti bruciati dal sole: abbiamo fatto un passo in più, magari piccolo ma comunque fatto, verso le vere facce di cuoio. Quelle persone ridotte così dallo stare sempre e costantemente all’aria aperta alla ricerca dei propri limiti, che tanto ci piace ammirare nei video di alpinismo. Siamo bruciati per davvero, rossi in faccia e con sfoghi ovunque. Tutto questo comunque passerà e noi torneremo ad avere il nostro brutto muso con un’abbronzatura quasi normale, se non fosse per i segni bianchi di occhiali e caschetti che contraddistinguono la tintarella dell’alpinista. La nostra pelle tornerà alla sua normalità ma saranno la testa e l’animo a  portare con fierezza una ruga in più. Una ruga nata grazie a due giorni sul Bianco.

 

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Kannik!

La prima neve autunnale è sempre un qualcosa di estremamente affascinante, almeno per me.

Essa è cambiamento, è voltare pagina e, assieme alla sinfonia di colori sgargianti con cui va a sposarsi, è rivoluzione.

Ancora una volta ci si orienta verso le Rocchette assieme a Gianluca, ben consci che il meteo non è dei migliori e che la possibilità di trovare un po’ di neve al suolo è tutt’altro che lontana. Questo però, mentre per molti potrebbe essere sinonimo di cioccolata calda e caminetto acceso, per me rappresenta solamente la ciliegina sulla torta di una giornata potenzialmente perfetta. E così è stato, ancora una volta.

Ben presto, lungo il sentiero che dal rifugio Senes si alza verso i pascoli, e verso le Rocchette, cominciamo a notare i primi segni di questo connubio tra la tavolozza di un pittore impressionista e la maestria di un fotografo che predilige il bianco/nero per i suoi scatti. Sono visioni effimere, quasi surreali, che donano un senso di euforia ovattata difficilmente riscontrabile in altri luoghi. Siamo soli, immersi in questo paradosso che tanto affascina.

Ben presto la quota aumenta e con essa anche la predominante bianca, sia al suolo sia in un cielo che ha cominciato a farci assaporare i primi fiocchi di neve sulla faccia. Nemmeno questo però basta a farci tornare indietro e, consci di quello che si vuole fare, seguiamo le nostre future tracce verso le bastionate rocciose, ricercando una linea in un mare di nuvole.

La scelta di dirigerci verso la Rocchetta di Campolongo avviene quasi per caso, osservando quel poco di intuibile dal pianoro antistante e ricordando quanto già studiato in merito a quella parete. Decidiamo quindi di alzarci lungo il canalone che divide la sua parete sud-ovest dai suoi contrafforti che, immersi in questa atmosfera ovattata e sferzati dalla neve, assumono un’atteggiamento ieratico che incanta non poco chi li osserva.

Deciso come non mai salgo velocemente i risalti del canale, subito seguito da Gianluca. Decidiamo di fermarci sopra un piccolo slargo sul quale sarà più facile prepararci per salire le belle placche sovrastanti. Ben presto siamo pronti a muovere i primi passi e, passaggio dopo passaggio, i primi sessanta metri di via scivolano, come nulla fosse, attraverso buona roccia e piccoli bombè che divertono corpo e spirito. Solo una volta recuperatolo in sosta, il compare pensa bene di ricordarmi che sta continuando a nevicare ma, questo, mi lascia alquanto indifferente vedendo la roccia libera da neve e meno fredda di quanto ci si potesse aspettare.

Continuiamo a salire seguendo i tratti di roccia più sana, sostando in prossimità delle varie cenge presenti e affrontando alcuni passaggi veramente caratteristici e divertenti. Procediamo veloci e tranquilli fino alla cresta finale e, con un traverso verso sinistra, ci portiamo in prossimità del cartello di vetta dove, a darci il benvenuto, c’è una distesa di neve che copre tutto il versante nord della Rocchetta. Una visione eterea che dona tranquillità a tutto.

Firmiamo il libro e iniziamo la discesa, ben conosciuta da Gianluca. La scelta di evitare gli itinerari più pericolosi, per tornare sui sentieri, è dettata dal fatto che ora nevica più forte di prima. Ecco quindi che, lungo i pendii innevati e i boschi ammantati, iniziamo a scendere verso Socol accompagnati dai bramiti dei cervi che si nascondono a noi.

E’ così che, quest’anno, ho vissuto la prima neve autunnale. Una maniera insolita e diversa che, lungo una linea facile e tranquilla e un’escursione appagante, ci ha fatto fare un bel viaggio all’interno di una natura apparentemente diversa da quella a cui siamo abituati di solito.

Kannik. In lingua Inuit significa “fiocco di neve”. Questa singola parola per me, da oggi, andrà a inglobare ben più di un significato. Comprenderà infatti la descrizione di tutta una serie di emozioni altrimenti troppo difficili da esternare perchè effimere e mutevoli ogni volta che vi si pensa. Sensazioni legate alla neve, al suo potere, a ciò che fa, non solo alla natura ma anche a chi vi si approccia.

Kannik è il primo fiocco di neve; quello del cambiamento, quello della rivoluzione.

tracciato-kannik

Per un po’ di Gulasch in più

E’ quando cominciano a venire fuori certi nomi, legati a certe belle linee nelle Pale di San Martino, che cominci a comprendere come il tuo weekend stia per trasformarsi in qualcosa di fantastico; in un bel viaggetto come non se ne faceva da tanto tempo. Un metodo giusto per riprendere a fare cose belle!

Karim e Luca sono sempre pronti a lanciarsi su queste linee, a prendere e partire per fare questi bei viaggi verticali rendendo il fine settimana qualcosa di veramente indimenticabile grazie alla loro compagnia.

Tutto inizia il sabato, di mattina presto, dopo una levataccia e una signora colazione a Fiera di Primiero. La variante alta del sentiero 709, attraversando Pra d’Ostio, ci porta velocemente nel cuore della Val Pradidali, all’ombra del Cimerlo, del Maor, Della Pala Canali e di tante altre belle cime che compongono questo fantastico teatro. Siamo svelti, nonostante gli zaini ultracarichi in vista di una probabile dormita in tenda, e riusciamo ad arrivare ben presto ad un rifugio Pradidali semi deserto a causa della pioggia del giorno prima e del forte vento che ancora colpisce rocce, cime e uomini.

Non ci lasciamo scoraggiare da queste folate continue, che abbattono la temperatura a livelli da Mar Glaciale Artico, e ci dirigiamo subito verso Cima Wilma, una bella e caratteristica vetta che, seppur affiancata alla più poderosa e ieratica Canali, conserva un fascino tutto suo, più austero e defilato dalle grandi masse che ricercano le vie famose.

La nostra intenzione è quella di raggiunger la cima seguendo le orme di Solleder e Kummer che qui, attraverso rampe e camini, hanno tracciato una bella linea che in breve conduce alla cresta sommitale. Decidiamo però di aggiungere un po’ di pepe alla giornata andando ad attaccare più a sinistra rispetto all’attacco originale. Esiste infatti una variante diretta che, con un paio di tiri verticali su una riga nera, permette di evitare la parte iniziale della via normale. Luca e Karim sono così gentili da lasciarmi tirare questa vietta garantendomi, così, un bel po’ di divertimento su una roccia che, seppur da ripulire in alcuni tratti, risulta essere compatta e decisamente piacevole.

Ogni tiro è una sorpresa diversa e permette di trascorrere la giornata in maniera piacevole nonostante il vento che, imperterrito, continua a farci assaporare dei preludi di un inverno ancora lontano. E’ infatti la simpatia e la voglia di scherzare che ci aiutano a scaldarci e a dimenticare il freddo. Ben presto giungiamo sulla vetta, dopo un paio di bei tiri in un camino/diedro entusiasmante, e qui ci lasciamo andare ad un bel po’ di riposo prima di iniziare la discesa, con una serie di nove doppie, lungo la via normale. Arriviamo in rifugio giusti giusti per accaparrarci tre posti letto nel sottotetto ed evitarci così una notte nella bufera che, nel frattempo, continuava a crescere d’intensità.

Ci rintaniamo dentro al rifugio a gustare una cena a base di pasta al ragù, gulasch e panna cotta; una cena da campioni servita in una veranda con una vista stupenda sulla conca del rifugio che, improvvisamente, grazie anche a questa bufera di vento che allontana le nubi, regala un’effimera visione di ciò che ci aspetta il giorno dopo.

Una cena da campioni si è detto…. unico problema è che, sia io che Luca, a quanto pare non lo siamo. Il freddo preso di giorno, unito alla cena a base di carne, ha contribuito alla nascita di ribellioni interne necessitanti di vari momenti contemplativi sia durante la notte che durante il giorno successivo. Momenti nei quali siamo riusciti ad entrare in contatto con il nostro vero Io, essendo anch’esso uscito dal nostro corpo.

Nonostante la piccola disavventura non ci lasciamo spaventare e, con il sorriso (e tanti fazzoletti), lasciamo il rifugio in direzione della grande Canali, più in particolare della Torre Gialla, svettante sulla destra. Lì, domenica, Luca guida la cordata sulla via Soldà-Syda che, mai banalmente affronta la parete nord-ovest. Ci divertiamo, anche grazie al vento che si è deciso a ritirarsi. Attraverso una serie di placche e camini riusciamo a raggiungere il vero tratto clue della via, dove Luca dà prova della sua bravura “camminando” sul duro e dando l’opportunità a me e Karim di divertirci sia sulla bella fessura del V tiro sia sul fantastico diedro del VII. Le possibilità di protezione che offre la parete, unite ai pochi chiodi di via, ci permettono di affrontare ogni tiro in maniera abbastanza tranquilla godendo anche dei momenti di sosta per poter ammirare il paesaggio e la varietà di cime che ci circondano.

Una via che risulta essere poco ripetuta ci ha riservato grandi sorprese sia a livello di roccia sia a livello di estetica della linea. Un vero e proprio viaggio all’interno di questa grandiosa parte della Cima  Canali. Nonostante i continui brontolii di pancia arriviamo in vetta contenti e felici, pronti per la lunga discesa che ci riporterà alla base della parete grazie ad una lunga epopea lungo calate, cenge e passaggi esposti degni, già di per sè, di una grande avventura.

Tornati al rifugio recuperiamo gli zaini, salutiamo Duilio, il gestore e guida alpina che ci è venuta incontro appena ci ha visti rientrare, e ci dirigiamo subito verso valle ripercorrendo le orme lasciate in un giorno che, seppur tanto vicino, per i nostri animi risulta essere lontano grazie alle nuove esperienze vissute.

E’ lungo tale discesa che tiriamo le somme di questi due fantastici giorni; ci accorgiamo di esserci divertiti un bel po’, di aver fatto una Signora esperienza, di essere tutto fourché stanchi e di aver lasciato il nostro mal di pancia su in parete.

Brutta bestia l’euforia: se ti prende non ti lascia tanto facilmente e ti fa gioire anche delle più piccole cose!

Oggi, dopo alcuni giorni, ripensando a questo fantastico weekend in questa bellissima conca, posso ritenermi davvero fortunato sia per aver avuto l’opportunità di salire queste due belle linee, che nulla si lasciano togliere dalle infinite e continue ripetizioni di altre vie più blasonate, sia per aver potuto condividere questa fantastica esperienza con due carissime persone che amano, anzi, Amano la montagna giorno per giorno. Un po’ come faccio anche io.

Grazie mille a Karim e Luca per essere compagni e amici carissimi!

 

P.S. lascio qui di seguito i link al sito OrmeVerticali di Luca e Karim; essi rimandano direttamente alle relazioni e ad altre foto delle due vie

Cima Wilma, via Solleder-Kummer

Torre Gialla, via Soldà

 

 

…Un Cinzanino per favore!

Avete presente quando, guardando un film, vi rimane impressa una determinata frase e, per qualche tempo, non potete far altro che pensarvi e ripensarvi?

Succede un po’ a tutti credo ed è un tormentone che difficilmente passa di mente.

A me è successo anche l’altro giorno quando in televisione hanno dato, per la trimilionesima volta, uno dei film che ha caratterizzato l’infanzia di svariate generazioni, compresa anche una parte significativa di quella a cui appartengo. Fernandel e Gino Cervi, in Don Camillo, hanno sempre saputo trasmettere un impeto di simpatia che va al di là  di qualsiasi tendenza ideologica. Non vi sono né croce né falce e martello che tenga con loro; viene spontaneo parteggiare per entrambi in quanto, in quel Mondo Piccolo tanto amato da Guareschi, tutto si risolve sempre grazie all’amicizia, alla fratellanza  e alla voglia di fare che lega i due protagonisti. Una fratellanza bellicosa che trova origine nella guerra e che si fortifica in quel contesto rurale della Bassa lontana da fabbriche e industrializzazione. E’ così che, dietro una semplice citazione tratta da “Il Compagno Don Camillo” in realtà vi sono tante citazioni e tanti riferimenti a quella strana ma funzionante coppia che tanto ha dato sia attraverso la carta che attraverso lo schermo. Dedizione, amicizia e patriottismo sono solamente alcuni dei valori riscontrabili in quei vecchi ma mai banali film.

Ecco che, con Gianluca, si ritorna su vecchie orme e vecchi sentieri, già raccontati anche su questo sito ( Rocchette With Love ) un po’ come riguardare per la seconda volta uno dei succitati film. Si torna in Rocchette con niente di preciso in mente e la semplice voglia di passare una tranquilla giornata scalando qualcosa, dandosi da fare da qualche parte. La giornata è splendida e il freddo, che inizialmente si fa sentire, ben presto lascia spazio ai caldi raggi solari che contribuiscono a sciogliere l’abbondante neve che ancora ammanta molti dei sentieri e dei prati su cui passiamo. Solamente poi, una volta arrivati a forcella Prendera alla fine della scalata, ci renderemo conto di come il versante a nord delle Rocchette sia ancora nella sua piena veste invernale e di come, grazie all’esposizione, siamo stati fortunati a trovarne relativamente poca durante il corso della nostra giornata.

Come nei film, anche qui il contesto offre sempre qualcosa di nuovo e degno di nota; che sia la neve, il mai banale silenzio o il sole che va e che viene sempre vi è qualcosa da osservare e da assimilare.

Giunti a malga Prendera diamo un occhio all’omonima Rocchetta e, sul suo contrafforte sinistro, concentriamo l’attenzione su una parete già presentante alcune vie da parte di Eugenio Cipriani. Inutile dire che, dopo i pochi minuti di preparazione ci siamo subito incamminati verso la parete, senza relazioni e con la voglia di vedere se ancora qualche linea sia meritevole di salita. Giunti sotto la parete, nei pressi di un ripido nevaio, scorgiamo gli attacchi di due delle vie di Cipriani e, subito alla destra di una di esse, individuiamo un bel terrazzino dal quale decidiamo di far partire la nostra ascesa che, alla fine, risulterà essere molto particolare e su roccia che da buona arriva ad essere ottima nei tratti più impegnativi.

Tre strapiombi inframezzati da muri il più delle volte verticali caratterizzano questa linea che, ben lungi dall’essere qualcosa di avventuroso e avente anche una sosta in comune con una via a sinistra,rappresenta comunque qualcosa di piacevole in un contesto spesso e volentieri dimenticato, un po’ come i film di Don Camillo. Ovviamente, come un po’ tutto nella zona, la roccia è da ripulire dai detriti accumulatisi ma, comunque, essa ha saputo riservarci delle belle sorprese, in particolare nei punti in strapiombo i quali, mai banalmente, hanno dato l’avvio a quasi tutti i tiri di corda.

E’ bastato prendere tutto con molta calma e la giornata è uscita da sé, fra un vaneggio e un tiro si è riusciti a vivere in ogni caso una bella esperienza lontana dal caos e dal chiasso che spesso assordano più del necessario e il cui unico merito è quello di farti venire un bel mal di testa.

Ritornare indietro spesso rappresenta una dimensione a sé, che è in grado di rilassare e far vedere il tutto con un occhio più attento alle piccole cose e ai piccoli problemi da risolvere piuttosto che con un occhio che con uno sguardo veloce pensa di aver capito già tutto e di non aver bisogno di altro. La forza e l’ardore per fare certe cose deriva proprio da questo modo di approcciarsi alla montagna.

Ecco che “Un Cinzanino” spesso, anche se non piace o non lo si è mai bevuto (come il sottoscritto), può aiutare a vedere tutto con un occhio differente

Chiudo il post, oltre che con lo schizzo della via, con un link ad un video il cui scopo, ieri ma soprattutto oggi, è quello di rinfocolare questo ardore e questa forza che difficilmente si è in grado di trovare.

Schizzo “Un Cinzanino”

 

 

 

There and Back Again

…E dovrai tornare…

Questo è il pensiero fisso che mi ha accompagnato lungo uno “stop forzato” durato più di un mese. Ovviamente non parliamo di un mese qualsiasi ma, bensì, del momento clue per le salite in ambiente. L’importante però è riuscire a mantenere i nervi saldi e sfruttare questo tempo per definire e studiare nuovi progetti, nuove avventure e nuove linee.

… E dovrai tornare…

Alla fine questo pensiero è diventato realtà e, piano piano, sono riuscito a tornare a scalare, prima del chiudersi della stagione, su una “nuova” linea che da tempo io e Gianluca ammiravamo.

Ore 6:00 messaggio vocale da Gian: ” Si guarda che tarderò di cinque minuti”. Ok, nessun problema, prendiamo tutto con filosofia e predisponiamo l’animo a vivere la giornata al meglio nonostante ritardo e pioviggine fastidiosa di pianura. In realtà, quest’ultima, ce la porteremo dietro fino a Santa Fosca ma, entrambi, non pensiamo assolutamente di rinunciare per due goccioline di pioggia.

Parcheggiata l’auto inizia questa avventura studiata e discussa già da alcuni mesi che ci vede prendere la direzione di questa parete molto estetica che contraddistingue a sud il massiccio del Piz del Corvo.

Siamo entrambi contenti, euforici, ridiamo e scherziamo mentre affrontiamo gli erti clivi erbosi che, per niente facilmente, conducono al canalino di accesso della parete sud-ovest, nostra mira alpinistica.

Man mano che ci avviciniamo sento le care vecchie emozioni rinascere dentro me con spirito rinnovato e, grazie ad esse, mi preoccupo ben poco della meteo la quale, fortunatamente, ha cominciato a girare in nostro favore donando all’ambiente quell’aura ovattata e mistica tipica della presenza di nuvole in montagna. Nuvole che lasciano filtrare i raggi di questo sole ottobrino il quale favorirà non di poco la nostra salita.

Arriviamo sotto la parete e non serve neanche parlare che già ci intendiamo alla perfezione sulla linea da seguire, almeno in fase iniziale. in pochi minuti siamo già pronti e le danze hanno inizio.                                                                                                   Rimango fin da subito estasiato da questa roccia compatta, dilavata dall’acqua e affronto i primi metri serenamente. Una placca, una fessura e poi di nuovo una placca; tutti elementi che contribuiscono alla formazione di una sana e forte forma di divertimento che mi accompagna fino alla prima sosta.

Sul primo tiro, poco prima di giungere alla sosta
Sul primo tiro, poco prima di giungere alla sosta

Anche Gianluca, nonostante le mani fredde, pare divertirsi ed essere più che mai convinto a proseguire fino alla cima; ciò mi conferisce ancor più fiducia e determinazione.

I tiri sembrano dipingersi da soli e, nonostante la qualità della roccia cali un pochino, rimaniamo comunque felici dell’esperienza che stiamo vivendo.         D’altra parte come potrebbe essere altrimenti visti i panorami che si aprono di fronte a noi

Civetta
Civetta incorniciato dalle sentinelle del Corvo

Mai banale; così definirei questa linea la quale, anche nei tratti erbosi, non permette mai di abbassare la guardia vista la verticalità della parete. A questi tratti si aggiungono alcuni passaggi aerei e delicati che richiedono un po’ di tecnica e occhio per poter piazzare qualche protezione veloce (la parete offre poche possibilità in tal senso).

una sezione della parete con roccia molto bella
Una sezione della parete con roccia molto bella

Tutto questo insieme di elementi contribuisce a farci godere di questa giornata e a farci preoccupare ben poco di elementi esterni alla nostra cordata e alla “nostra” parete ed è così che, tiro dopo tiro, giungiamo infine sui prati sommitali, dai quali riusciamo ad intuire la presenza della croce di vetta.

Mondeval
Gianluca verso Mondeval

Dopo un altro paio di tiri facili giungiamo infine sulla forcella che divide la cima vera e propria dall’anticima sud e qui, dopo esserci riposati e cambiati, finalmente, le scarpette, abbiamo modo di godere dell’immensità dei luoghi che ci circondano e dell’assoluta bellezza dell’atmosfera, quasi palpabile, che avvolge sia noi che le montagne che tanto amiamo. Dal Mondeval al Pelmo, dall’Antelao al Civetta e senza dimenticare il gruppo del Sella; tutto è avvolto un un aura che ti fa capire di essere realmente tornato, di essere a casa, di essere ciò per cui hai faticato durante la salita non di questa ma di tutte le vie che hai fatto sino ad ora.

Pelmo e Antelao ci danno il benvenuto sulla cima del Piz del Corvo
Pelmo e Antelao ci danno il benvenuto sulla cima del Piz del Corvo

Eccoci ora giungere in cima. Siamo felici, siamo soddisfatti e, anche qui, come all’inizio, bastano poche parole per esprimere la reciproca gratitudine per quanto fatto oggi e nei giorni di preparazione per questa uscita.

Ora è la calma che ci avvolge, fa da padrona e ci fa volgere il pensiero, nuovamente, a questa montagna ricca di esperienze.

E’ un pensiero di gratitudine e di amore.

…E dovrai tornare

la calma di una vetta
La calma di una vetta

vetta

Relazione Piz del Corvo

Idillio d’Amore

ritornando a casa eccolo lì: il Velo ancora arde
ritornando a casa eccolo lì: il Velo ancora arde

E’ l’Amore, inutile nasconderlo; inutile fare il timido e arrossire di fronte alla sua bellezza; inutile è non dichiararglielo.

Appiglio dopo appiglio, tiro dopo tiro, è questo ciò che provo per te, che mi lasci salire così sinuosamente sul tuo ampio ventre, seguendo il profumo delle emozioni che già altri, prima di me, hanno vissuto inseguendo i propri sogni e i propri desideri.

Un profumo fatto della fatica dei molti alpinisti che su di te hanno cercato di superare i propri limiti, spesso passando per lo stesso antico rituale per cui sono passato anche io. Un rituale iniziato mesi fa, sul tavolo di una cucina immersa nell’inverno della pianura, a leggere, a studiare, a costruire giorno per giorno un desiderio che, fino all’ultimo, non sai mai se si avvererà.

Il mio si sta avverando: sono qui, accanto a te, e ti sto assaporando passaggio dopo passaggio, trovando i miei limiti di uomo e superandoli pur di continuare ad amarti fino alla fine; fino alla cima.

Nessuno può interporsi fra noi e il nostro idillio; nemmeno il caro compagno di cordata che tanto entusiasta si è dimostrato quando gli dissi di volergli presentare la parete Nord di Cima della Madonna seguendo la via già percorsa da Messner.

Niente può fermare la nostra danza tantrica; nemmeno il vento che adesso spira forte e freddo quasi a volerci separare in questi attimi di dolce follia. Purtroppo non sa che il fuoco che generi in me basterà a rinfrancare il mio spirito; questo è tutto ciò che serve.

Passo dopo passo ecco che mi presenti le difficoltà di questo nostro Amore, ma noi siamo forti, siamo uniti, riusciamo a superare le piccole crisi di questo nostro rapporto: tu mi mostri come fare e io ci metto la mia volontà per superare il passaggio.

E poi eccolo, finalmente, il culmine di questo tuo sinuoso corpo, la tua suprema intelligenza che, in simbiosi con la mia, mi permette di vedere quanto abbiamo appena fatto e, dal suo apice, mi aiuta a spalancare gli occhi di fronte ad orizzonti infiniti, ricchi di nuove avventure.

Parlando con te ho avuto modo di aprirmi, confidarti i miei più reconditi segreti ma soprattutto ho capito che l’Amore, quello fra persone, è esattamente come quello che provo io per te: genuino e ricco di passione.

Sempre votato alla reciproca ricerca della conoscenza.

Una “Badilata” in decantazione

Agosto 2012:

Due giovani che corrono in auto lungo l’autostrada per poter raggiungere la propria meta. Per entrambi sarà la prima volta su un 4000 e per entrambi è una gran emozione poter cominciare con il Pizzo Bernina.

Appena Giorgio me lo propose accettai immediatamente; a spingermi sarà stata la voglia di girare, di vedere il mondo, di mettermi alla prova, di indossare un paio di ramponi o quella di vedermi su una cresta affilata fra cielo e roccia. Sta di fatto che mi imbarcai in un’avventura che spalancò le porte di un universo più ampio, un universo che va al di là delle sempre bellissime Dolomiti.

Inutile nascondere il fatto che, dopo tanto avvicinamento e dopo tanto aver sognato quella montagna, in cima non ci arrivammo. Vuoi il maltempo, vuoi il vento, vuoi il poco allenamento vuoi un mix di tutte queste cose, poco sopra il “Marco e Rosa” decidemmo di fare dietro front e di gioire per quanto fatto fino a quel momento piuttosto che lamentarci della mancata vetta.

l'unica vera pausa che ci permise, il primo giorno, di vedere le cime che ci circondavano
l’unica vera pausa che ci permise, il primo giorno, di vedere le cime che ci circondavano

Montagne diverse, questo ho avuto modo di vedere ed ammirare lungo il tragitto che da Campo Moro conduce verso il più orientale dei 4000. Montagne che fin da subito mi hanno dato sensazioni diverse rispetto alle esuberanti ed impertinenti Guglie di Dolomia a cui ero abituato; sensazioni di asprezza, severità con un pizzico di mistero il quale merita di essere indagato. Mi ha dato tanta gioia questa piccola “avventura” verso il Bernina ma, ad essere sincero, mi ha lasciato anche un po’ l’amaro in bocca in quanto non mi ha dato l’opportunità di capire meglio quello che per me poteva essere un nuovo terreno di gioco.

Come ogni cosa però, anche questo mio approccio con queste montagne, necessitava di un periodo di decantazione; un periodo che mi permettesse non solo di informarmi e studiare queste vette sui libri e sulle piattaforme multimediali ma che mi permettesse, inoltre, di poterle sognare ripetutamente e immancabilmente fino a creare in me un desiderio ed una voglia di conoscenza che, prima o poi, avrei dovuto soddisfare.

Agosto 2015:

Luca: ” Sarò in ferie ad inizio Agosto, vuoi muoverti?”

Marco: ” Badile e Cengalo con base al Gianetti?”

Ecco come inizio il tutto: due messaggi fra due amici e poi il via all’organizzazione di questo viaggio verso mete da me tanto desiderate.

Siamo euforici e contenti di poter andare verso la Val Masino e, più in particolare, verso la Val Porcellizzo che incorpora queste vette tutto tranne che sconosciute.

di fronte al Badile, durante l'avvicinamento verso il rifugio Gianetti
di fronte al Badile, durante l’avvicinamento verso il rifugio Gianetti

Euforia che, per i primi due giorni, riuscirà a più che compensare il mio mediocre allenamento facendomi arrivare a godere dei panorami fantastici di uno dei più bei teatri delle Alpi che io abbia mai visto. Un Eden costellato da vecchi pascoli, cascate, rupi e torrenti che vanno a creare un posto sublime e pacifico. E’ qui che scorre il sentiero per giungere al Rifugio Gianetti ed è lungo di esso che cominci già a sognare come sarà l’arrampicata su queste fantastiche pareti a lungo agognate e a lungo lasciate decantare.

Ed ecco che, dopo lungo penare (io) sotto uno zaino bello carico, giungiamo finalmente al rifugio dove ci sistemiamo e ci prepariamo per la prima meta del giorno successivo: il Pizzo Badile.

sul traverso della via Molteni. Visibili anche il residuo della corda fissa
sul traverso della via Molteni. Visibili anche il residuo della corda fissa

L’indomani ci riserva una giornata bella, con delle nubi che contribuiranno solamente a rendere più eterea la nostra ascesa lungo la via Molteni-Camporini: itinerario fantastico che, traversando obliquamente lungo la parete Sud-Est mi regala emozioni uniche e sensazioni straordinarie. La mia prima via sul granito si sta rivelando un vero e proprio viaggio entusiasmante denso di diedri, traversi, placche e crestine da risalire per poter giungere in vista del bivacco Redaelli dove termina questa fantastica parete (se questa è fantastica non oso immaginare la Nord-Est).

Ci concediamo una breve pausa in vetta per poter mettere qualcosa nello stomaco e vedere le cordate che salgono dal versante svizzero poi, dopo la rituale foto di vetta, ci avventuriamo lungo la normale per poter tornare alle distese della valle e al nostro rifugio che ci accoglie con una buona cena.

sulla cima del Badile
sulla cima del Badile

“Altro giorno, altra corsa” si dice di solito ma, nel nostro caso, sarebbe meglio dire “altro giorno, altra via”. Oggi è il turno del Pizzo Cengalo e della sua fantastica prua che si leva, già da due giorni, davanti ai nostri occhi.

il Cengalo che, col suo famoso spigolo, si leva al di sopra di tutto
il Cengalo che, col suo famoso spigolo, si leva al di sopra di tutto

Purtroppo però la stanchezza comincia a farsi sentire (per me; il Brix è una macchina da guerra invece, c’è poco da fare) e, per non far fare notte al compagno, nonostante la via si riveli entusiasmante sono costretto a fermarmi più volte lungo la via.

Ecco che, nonostante la bellezza della via, mi vedo costretto a calarmi giù assieme a Luca. Fin da subito però la promessa è un obbligo: l’anno prossimo si ritorna per la parte alta!

A onor del vero bisogna ammettere lo sbaglio dell’attacco. Purtroppo (o per fortuna) abbiamo attaccato lo spigolo nella sua parte mediana piuttosto che nella sua parte alta. Ciò ci ha permesso comunque di carpirne parte della sua bellezza e della sua sinuosità regalandoci anche alcuni passaggi davvero spettacolari su placche e fessure che ti fanno capire come sia davvero importante l’utilizzo dei piedi in questo “nuovo” tipo di arrampicata. Nuovo per noi ovviamente.

Sulla parte mediana dello Spigolo Vinci, Luca su uno dei due passi più ostici
Sulla parte mediana dello Spigolo Vinci, Luca su uno dei due passi più ostici

 

Tornati al rifugio non ci resta che impacchettare le nostre cose e, piano piano, dirigerci a valle per tornare così alla monotonia della pianura. Una pianura dalla quale, appena possiamo, scappiamo via verso mondi più svettanti e più avvincenti.

Torniamo indietro sì, è vero. Questa volta però mi sento veramente più appagato della volta del Bernina; tutto merito di una decantazione che ha permesso al mio spirito di approcciarsi in maniera giusta a questo ambiente. In maniera matura, con già un po’ di esperienza (sempre poca) alle spalle e con una voglia matta di svelare il mistero di quelle valli la quale supera anche i più reconditi vincoli che tengono legate le persone alle loro vite sedentarie.

Non posso dire di aver svelato questo mistero; probabilmente non lo svelerò mai e mai nessuno ci riuscirà. Posso solo dire che io, in quella valle, ho trovato l’oro. Un oro effimero, che fa parte di me e che, come nel “Vecchio West”, ha fatto scattare in me una febbre che mi porterà sicuramente a dover calcare di nuovo quei sentieri e quelle valli alla ricerca di molti perchè.

ecco l'oro della val Porcellizzo
ecco l’oro della val Porcellizzo

Un grazie immenso a quei luoghi ed un grazie immenso a Luca, compagno prezioso e Amico.

Marco

Rocchette with Love

Settimane e mesi passano, scorrono e si lasciano scivolare su questi amati/odiati libri di economia politica, aziendale, industriale e chi più ne ha più ne metta. Settimane e mesi passati lontano dalle montagne, a parte qualche sporadica giornata rubata alla solita routine ed una settimana fantastica passata con Brix, Karim e Francesco a Finale Ligure, posto fotonico di cui magari parlerò più avanti.

Come ogni volta, questa distanza, accende in me la voglia non solo di scalare ma anche il desiderio di scartabellare foto, libri, siti e relazioni alla ricerca di posti belli e attrattivi per la mia fantasia. Già verso la fine del 2014, parlando con Gianluca dei suoi progetti e dei luoghi a lui tanto cari, mi trovai a sorbirmi, da parte sua, orazioni apologetiche su alcune cimette a sud di Cortina che sembrerebbe formino un sottogruppo alquanto nascosto e spesso dimenticato dai più. Sono solo le foto di queste pareti a farmi cambiare completamente idea sull’argomento di questi interminabili sermoni; foto che già ti fanno prudere le mani in vista della bella stagione successiva.

Ecco che comincia così uno studio di quello che è il mega costolone delle Rocchette, studio che ci porterà a formulare ipotesi, pensieri e obiettivi per quando tornerà il caldo.

Ma torniamo a noi; torniamo a questo giugno iniziato in maniera abbastanza pazzerella meteorologicamente parlando. Dopo aver dato una miriade di esami, e avendo ancora una bella dose di studio da affrontare, decidiamo che sabato 13 sarà il mio primo giorno al cospetto delle Rocchette. Arpav, fin da subito, cerca di stroncarci le gambine dando possibili piovaschi e grandinate nel pomeriggio; non sa però che la nostra voglia di vedere quei posti è molto più forte delle sue previsioni nefaste. Ciò alla fine ci premierà con una giornata discreta con solo una decina di minuti di pioggia sul sentiero di ritorno. Partenza alle 5 da Mestre, arrivo al parcheggio per il Città di Fiume prima delle 7. Ecco che inizia questa giornata.

Già l’avvicinamento ci vede impegnati per due orette e mezza con zaini pesanti il cui fardello però è notevolmente alleviato dai panorami, mozzafiato, di queste piccole chicce di pareti, contornate da cime ben più imponenti come Pelmo, Antelao, Marcora, Civetta e altre blasonate cime dolomitiche. Purtroppo mi vedo costretto fin da subito a rivedere il piano d’azione della giornata; ci limiteremo a fare una via e una lunga escursione attorno alla Rocchetta di Prendera: le nuvole minacciano ed è meglio non tirare troppo la corda. La meta principale comunque è chiara fin da subito, ovvio, è chiara da almeno 5 mesi! Ci dirigiamo a passo spedito (non credevo di essere così in forma) verso la parete fra la Rocchetta di Prendera e la Rocchetta de la Ruoibes; una paretina non tanto alta ma che, almeno analizzando i vari libri e le varie riviste, non presentava ancora una linea di salita. Attacchiamo subito seguendo un bel canalino e alcune placchette.. arriviamo su una cengia erbosa che ci dà una bella immagine di quella che è la parete ; una parete che si apre come un teatro con una roccia che, pur non essendo cemento non è nemmeno malaccio. I quattro tiri della via scorrono via veloci con difficoltà che arrivano massimo al V grado ma che, in ogni caso, danno soddisfazione per la bella esperienza che si sta vivendo. Anche Gianluca decide di tirare e allora gli cedo molto volentieri il comando per l’ultimo tiro di corda. Ecco che il cielo, ora che siamo in “vetta”, si chiude un po’ lasciando che le nubi e il vento danzino attorno a noi per salutare il nostro arrivo in cima alla cresta. Da qui decidiamo di non optare per la discesa nel canalino a destra della parete; preferiamo piuttosto concederci una bella escursione attorno alla Prendera, scendendo sui pascoli a nord e aggirando poi la Rocchetta in direzione dell’omonima forcella. Un bel giro, denso di tranquillità da parte nostra e pregno anche della pacatezza che le nubi sanno conferire all’aura dell’ambiente.

Francamente non ho mai capito cos’abbia la gente contro le uscite fatte in giornate incerte; a me ha sempre affascinato questo tipo di escursioni, dove il cielo coperto riesce a trasmetterti emozioni uniche, sempre diverse a seconda dell’ambiente in cui ti trovi.

Dalla forcella poi scendiamo verso il sentiero dal quale, però, deviamo subito in favore del Col Duro, per ammirare i pascoli del Mondeval e il versante ovest del gruppo Croda da Lago-Cernera. Gianluca si dimostra all’altezza della sua fantomatica logorroicità, in realtà apprezzata, per quanto riguarda la conoscenza della storia e della geografia di questi luoghi. E’ scendendo dal Col che ci fa compagnia la pioggia per una decina di minuti ma, francamente, nessuno dei due ci fa caso tanto contenti siamo di questa giornata fantastica.

La discesa al Città di Fiume, per quanto lunga, la viviamo bene, tranquilli e spensierati, tanto più ora che è uscito il sole. Cominciamo a parlare di ciò che ci accomuna e delle passioni che abbiamo in comune, Tex su tutte; da qui il nome di questa via su questo piccolo “paracarro”, come lo definirebbe qualcuno, che però a noi ha permesso di vivere, ancora una volta, esperienze intense e divertenti in un ambiente bellissimo e unico nel suo genere.

Così è nata “Vecchio Cammello, Giovane Satanasso”. Arrivederci Rocchette, al prossimo incontro con altri progetti!

Relazione

Rocchette verso Est
Rocchette verso Est
Vero Nord
Vero Nord
Tracciato
Tracciato

Pilastro Concordia

tracc. equilibristi

Terza puntata…. Quella a cui forse, per il momento, tengo di più; non solo per la linea e la cima su cui siamo stati ma anche, e soprattutto, per la tranquillità e lontananza di un luogo così vicino.

Dicembre 2013; sfogliando “Dolomiti Orientali 2” della collana “IV Grado” sogno ad occhi aperti quelle vie e quelle pareti. Spero di poterci mettere le mani, amarle e assaporarle fino all’ultimo passaggio.

E’ proprio una di quelle pareti ritratte nel libro che, fulmineamente, mi attira e mi conquista con la sua conformazione particolare e unica nel suo genere: tre placche piramidali intercalate da due pulpiti. Da subito mi pongo molte domande in merito a ciò che vedo: dov’è? com’è? è già stata salita?

Presto detto e presto fatto; la ricerca mi porta a scoprire un sottogruppo che mai avevo considerato nel mio panorama di ascensioni, il sottogruppo dei Tamer/Moschesin. Il perseverare, poi, della ricerca mi conduce a raccogliere decine di foto del versante agordino di questo massiccio e, l’analisi di queste foto, mi convince che la parete da me vista è in realtà lo sperone ovest di un pilastro del Castelletto di Moschesin che, in realtà, ha “vita propria”; esso è infatti evidentemente staccato dal resto della parete e, la sua forma sinuosa mi fa prudere le mani ma soprattutto mi tiene sveglio la notte.

Una meticolosa ricerca durata mesi interi non mi ha condotto a nulla: nessuna via nota che lo salga direttamente.

Decido che l’estate 2014 quel pilastro riceverà la mia visita.

Ecco che, il 4 luglio, io e Jack siamo nuovamente in pista in direzione Passo Duran. Sono riuscito a convincerlo nuovamente a venire assieme a me in qualche pazza avventura!

Da subito l’avvicinamento ci da del filo da torcere ma, tre ore dopo la partenza (e un ghiaione massacrante dopo) siamo alla base di questo pilastrino che, durante il tragitto, non ha fatto altro che stagliarsi  ieratico e imponente davanti a noi.

Da subito capiamo che se questo versante conta poche vie e poche ripetizioni c’è un motivo ben preciso: la roccia risulta essere mediocre e a tratti anche pericolosamente in bilico!

Questo però non ci scoraggia minimamente e attacchiamo il pilastro in piena parete, tracciando una linea retta che collega il vertice della seconda placca con le ghiaie basali. A parte per la qualità della roccia, la quale ci impegna a fondo, ci divertiamo un bel po’, anche su gradi non proprio banali.

Le sorprese però non finiscono mai quando ci si diverte e, infatti, una volta raggiunto il secondo pulpito, scopriamo che la terza placca è decisamente staccata dal pulpito stesso e va a formare un altro pilastro, a se stante, posto dietro il primo.

La vetta pertanto è, inaspettatamente, raggiunta e, di comune accordo, chiamiamo questa propaggine “Pilastro Concordia” (toponimo proposto) mentre la via che lo solca la battezziamo, a ragion veduta, “via degli Equilibristi”.

Una giornata passata nel più totale silenzio, in un luogo selvaggio che meriterebbe fama e onore al pari di altri massicci ben più famosi ma che, si spera, manterrà in futuro questo alone di magia e solitudine che fino ad ora lo hanno caratterizzato.

L’esperienza ovviamente è stata esplorativa e come tale deve essere ricordata in quanto, il termine “esplorazione”, porta con se infinite gioie ed infinite emozioni che rendono unica ed irripetibile l’esperienza tanto voluta ed infine anche vissuta.

Tecnicamente la via presenta un tracciato alpinistico, totalmente da proteggere e in un ambiente che necessita molte precauzioni per via della roccia. I gradi arrivano fino ad un max di V+ in fase iniziale.

Per maggiori dettagli rimando, come sempre, al sito del carissimo amico Rampegon.

http://www.rampegoni.it/node/153

L’ho agognata, l’ho vissuta, l’ho amata e adesso l’ho anche ricordata; questa è l’avventura!

Berg Heil!

Marco

In Patrum Memoriam

In Patrum Memoriam

Per questa storia è necessario, nuovamente, tornare indietro nel tempo. Non di tanto però, solo di un annetto; quello che basta per arrivare al 22 settembre 2013.

Già da tempo volevo fare di qualcosa di diverso, avevo passato l’intera estate a ripetere vie su vie in maniera da prendere più confidenza possibile con la conduzione di una cordata; però, nella mia testa, mi sarebbe piaciuto spostare il limite un po’ più in là! Volevo vedere come me la sarei cavata con l’apertura di una via.

Fatalità, in quei giorni, conobbi Giacomo “Jack” Romano, grandissimo amante della montagna e, ad essere sincero non ricordo nemmeno come, gli proposi di andare a fare una capatina dalle parti di Misurina in quanto, su una foto di una guida alpinistica, avevo intuito la possibilità di aprire qualcosa dalle parti del Pianoro dei Tocci.

Mai mi sarei aspettato una così grande comprensione da parte di Jack, con il quale nacque da subito una grande intesa e un forte legame; egli infatti accettò non appena misi tutte le carte in tavola.

L’idea c’era, la volontà da parte nostra c’era, la bravura del Jack c’è sempre stata 😀 …. Ecco che il 22 settembre affrontiamo l’avvicinamento alla parete e, una volta sotto, scoviamo una linea di gran lunga migliore e più attraente di quella adocchiata sulla guida.

Attacchiamo subito e, circa 5 ore dopo, siamo in vetta dopo aver superato fessure, placche, diedri, camini e strapiombi.

E’ una linea logicissima che non si è fatta mancare nulla al suo interno, sia da un punto di vista morfologico, sia dal punto di vista della roccia: FOTONICA.

Arrivati in cima ci prendiamo una pausa bella lunga per contemplare l’ambiente circostante che spazia dalle Marmarole a Lavaredo e anche oltre.

Lì in cima fui veramente contento, sia per la fantastica linea appena scritta, sia per la grandissima esperienza personale portata a termine; un’esperienza che, ancora oggi, mi fa venire la pelle d’oca solo a pensarci: è l’ennesima dimostrazione che l’arrampicata di questo genere è qualcosa che va ben al di là del semplice concetto di sport, al quale non si può nemmeno cercare di adattare l’immensa gioia e l’immensa soddisfazione che si ricavano dal gesto arrampicatorio.

L’arrampicata su roccia è qualcosa che va ben oltre!

Una volta in cima decidemmo di dedicare la via ai padri, sia a quelli che ci hanno lasciato, sia a quelli che sono ancora con noi e che, volenti o nolenti, ci accettano per l’essere ciò che siamo.

Venendo a qualche tecnicismo la via presenta, per l’appunto, un carattere molto vario e tecnico, in particolar modo per la presenza di una morfologia della roccia molto varia.

Le difficoltà partono dal IV+ e arrivano secondo noi fino al VI+ in un singolo passo del penultimo tiro ove è necessario proteggersi bene in quanto, dopo la sosta su due chiodi, non si trova nulla sul tratto chiave.

in ogni caso rimando anche qui, per maggiori dettagli, alla relazione presente sul sito Rampegoni

http://www.rampegoni.it/node/114

Sempre e comunque Berg Heil!!!

Marco